Giuseppe Ungaretti (1888–1970)
In una frase: il soldato del Carso che riduce la poesia all'essenziale: la parola isolata, scavata «come un abisso», che illumina d'immenso un attimo di vita strappato alla morte.
Modulo svolto dopo il 15 maggio.
Coordinate
- Nato ad Alessandria d'Egitto; Parigi (le avanguardie); volontario e fante sul Carso nella Grande guerra: Il porto sepolto (1916), poi confluito ne L'allegria.
- Poetica della parola: versi brevissimi, abolizione della punteggiatura, spazi bianchi come silenzio; la parola scarnificata ritrova il suo peso originario. «Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso».
- L'«allegria» paradossale: l'attaccamento alla vita che esplode proprio nell'estrema vicinanza della morte. Da qui la linea che porta all'Ermetismo (→ Quasimodo).
I testi del programma
- Veglia (Cima Quattro, 23 dicembre 1915) — la notte accanto al compagno massacrato; le lettere «piene d'amore»; chiusa fulminante: «Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita».
- San Martino del Carso — il paese ridotto a «brandelli di muro»; «È il mio cuore / il paese più straziato»: il cuore come cimitero dei compagni.
Ponti col latino
- La guerra senza gloria: il Carso di Ungaretti e i campi di Farsalo di Lucano: l'epos impossibile, il corpo straziato al centro (→ Epos e anti-epos); contro la retorica della «guerra igiene del mondo» di Marinetti e il Futurismo.
- La brevitas come stile: la parola scavata di Ungaretti e la brevitas di Tacito: due lingue che dicono il massimo col minimo, dove il silenzio significa (→ Ponti fra latino e italiano).
- L'attaccamento alla vita davanti alla morte: il carpe senecano del tempo (vindica te tibi, → Il tempo e la cura di sé) reso assoluto dalla trincea.